I SELFIE FANNO MALE?

A DOMANDA RISPONDO: Corriere Vicentino (marzo 2016)

I SELFIE FANNO MALE?
Ebbene, sì: i SELFIE adesso rientrano tra le nuovissime patologie di disturbo mentale. L’occasione era ghiotta e l’APA non poteva mancare di inserire tra i nuovi disturbi psicopatologici anche questa nuovissima mania che accomuna tutti i vanesi amanti del duckface e del sopracciglio alzato. A diffondere la notizia non è stato il solito blog scandalistico dalle fonti al solito inattendibili, ma proprio il riferimento di maggior rilevanza nella pratica psicologica: l’American Psychological Association, ente di riferimento internazionale per gli psicologi di tutto il mondo. La nuova patologia è stata chiamata “Selfitis”, che in italiano corrisponde a: “Selfite”. Di fatto, gli psicologi dell’APA hanno localizzato nei soggetti che soffrono di questa psicopatologia un vero e proprio bisogno ossessivo compulsivo di scattare foto a se stessi per poi pubblicarle sui social network, principale veicolo dei selfie. Ciò sembra rispondere, nei casi psicopatologici, al bisogno di colmare la mancanza di autostima ricercando sui social network riscontri positivi ai propri autoscatti: più “like” si raccoglieranno più benessere potremmo sperimentare.

i selfie fanno male?

Ma se davvero quello di farsi i selfie è un disturbo, almeno la metà della popolazione mondiale, se non tutta, ne è gravemente malata. Vip compresi. L’APA ha persino creato una scala che permette agli psicologi di graduare la gravità del disturbo e, quindi, anche il tipo di approccio verso i soggetti che ne sono affetti. Sono stati individuati tre principali divisioni: Selftis borderline, acuta e cronica. Nel primo caso rientra chi scatta un minimo di tre selfie al giorno, senza pubblicarli online, mentre chi opta per la pubblicazione di tutti i propri selfie giornalieri rientra nel secondo caso. Raggiunge la massima gravità il paziente cronico, attanagliato da un desiderio irrefrenabile di pubblicare più di sei volte al giorno le proprie foto, senza riuscire a trattenersi.

Recenti ricerche hanno evidenziato, inoltre, come il desiderio di cogliere in uno scatto istanti magici e unici ci impedisca di partecipare a pieno a situazioni piacevoli, così che stress e tensione producano un mancato ricordo. È questo un problema che tende ad aumentare proprio nel caso dei selfie, dove alla preoccupazione per la scelta dell’inquadratura giusta, si aggiunge quella di apparire fotogenici. Secondo la ricerca coordinata da Maryanne Garry, docente di Psicologia alla Victoria University di Wellington, in Nuova Zelanda, le fotocamere e le videocamere che si trovano ormai nella maggior parte dei cellulari, stanno rovinando i nostri ricordi, impedendoci di vivere con serenità il presente.


Per riflettere: il fotografo Sean O’Connell (Sean Penn) in “I sogni segreti di Walter Mitty”, dopo un lungo e difficoltoso viaggio a piedi tra le nevi eterne in luoghi del tutto selvaggi e solitari, alla ricerca di un rarissimo leopardo di montagna, dopo giorni di appostamento, avvistato l’animale rimane estasiato a guardarlo senza premere l’otturatore e rivela a Walter: “Certe volte non scatto, se mi piace il momento, piace a me, a me soltanto, non amo avere la distrazione dell’obbiettivo, voglio solo restarci dentro”.

Sean O Connell

La soluzione, secondo gli studiosi, consiste nell’aprire spazi di piacere nel mondo reale limitando la condivisione della vita privata alle sole persone appartenenti al mondo reale per disintossicarsi, giorno per giorno, dalla dipendenza dal mondo virtuale

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